La spuma del Parosè t’aggredisce: enorme. Esplode nel bicchiere risalendo alta e convinta, bianca e spessa dei suoi bei calibri variabili, dinamici e rutilanti. Vastissimo il naso, mai appannato da inserti stranieri: solo lo stesso vino, e atteso per tre anni. Ecco dunque il colore struggente, quello di un’alba di primavera: vagamente ambrato, anzi più riflesso dalle venature dell’alabastro.
Emozionante l’aroma, vasto e denso di riverberi da indagare al millimetro. Cangiante di frutta al forno, e poi ancora vegetazione viva. E poi una carnosità sensuale di torte fatte in casa, inzuppate del liquore dei giorni festa.
Che è una festa anche l’assaggio, aperto dal ricordo improvviso e laterale delle castagne d’inverno, e dalla spiccata progressione verso l’abbandono, in fondo al sorso. La maturità e l’ebbrezza, avvolti in un bozzolo serico stretto e preciso, asciutto come un abbraccio d’addio. Interminabile e avvinghiato.

Fu forse per reazione che crebbi con una specie di tarlo: annusare, assaggiare, tastare. Fare tutto. Fu forse per reazione che da più di trent’anni tutto ciò che si può assaggiare mi affascina: fino alle estreme conseguenze di annotare sul piccolo moleskine le esperienze sensoriali tra ristoranti e cantine. Fino alla definitiva schizofrenia, che è raccontarlo. E da quando varcai gli angusti confini della cucina di mia mamma l’unico comandamento è: prima provare, poi parlare.
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