Ricchissima, mòtile e svelta la spuma del satèn, Perfettamente omogenea nelle palline di piccolo e piccolissimo calibro. Bianchissima, fiorente. Il perlage è finissimo, quasi riflessivo: ma tenace e irresoluto, coagulato in una corona millimetrica e splendente.
Il naso è dolce di quella dolcezza misurata della frutta bianca e gialla, dai brividi di piccoli fiori bianchi, delle vaniglie e delle creme di pasticceria: ma non esente dalla freschezza delle foglie verdi, delle ombrose verzure dell’estate. Il piccolissimo ricordo degli sciroppi di canna da zucchero tendono il termine a lungo, librato.
Seta purissima, seta gialla all’assaggio, in presa diretta sul palato fin dalla prima goccia: delicatamente salino, preda della seducente effervescenza, maliziosa e felice del primo istante. Poi d’improvviso il sorso s’ingrossa e diventa spesso e rubicondo, anche se mantiene una secchezza ed una riservatezza che sono i caratteri dell’eleganza.
Verde all’uscita, come tralci appena mozzati, ed altrettanto vivo.

Fu forse per reazione che crebbi con una specie di tarlo: annusare, assaggiare, tastare. Fare tutto. Fu forse per reazione che da più di trent’anni tutto ciò che si può assaggiare mi affascina: fino alle estreme conseguenze di annotare sul piccolo moleskine le esperienze sensoriali tra ristoranti e cantine. Fino alla definitiva schizofrenia, che è raccontarlo. E da quando varcai gli angusti confini della cucina di mia mamma l’unico comandamento è: prima provare, poi parlare.
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